Valorizzazione del grano duro con basso valore di deossinivalenolo (DON)

Valorizzazione del grano duro con basso valore di deossinivalenolo (DON)

Rispondendo a una mia interrogazione sul limite massimo di deossinivalenolo (DON) nel grano duro non trasformato, il 1o agosto 2017 il Commissario Andriukaitis affermava di essere in attesa di un parere dell’EFSA per rivedere il regolamento (CE) n. 1881/2006 che limita nei mangimi e negli alimenti la presenza di questa micotossina, dannosa in quanto cancerogena.

Da studi recenti risulta che, grazie alle condizioni pedoclimatiche in cui si sviluppano, le percentuali di DON nelle coltivazioni di grano duro del Mezzogiorno — come quelle siciliane, da cui dipendono 44 000 agricoltori — sono ben al di sotto di 100 µg/kg, quindi non cancerogene. Nonostante l’alta qualità e l’elevato valore sanitario, il prezzo del grano in queste zone ha ormai raggiunto i 16 cent/kg (a fronte di 25 cent/kg di produzione) e i terreni incolti restano moltissimi (in un paese come l’Italia che, con 50 mila agricoltori al di sotto dei 35 anni, è leader in Europa nel numero di giovani in agricoltura, per i quali però l’accesso alla terra resta il principale ostacolo).

Alla luce di quanto precede, può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:
1) È stato effettivamente avviato un dibattito per ridefinire i limiti di DON nei mangimi e negli alimenti?
2) Intende rivedere il regolamento (CE) n. 1881/2006 con riferimento ai limiti di DON?
3) Come intende sostenere la produzione del grano che, come quello siciliano, presenta un alto valore sanitario?

Alla domanda è arrivata la risposta scritta della Commissione